
Nel dicembre del 2007 Kaká vince il Pallone d’Oro. Dopo di lui, per dieci anni consecutivi, il premio andrà solo a Lionel Messi e Cristiano Ronaldo.
È l’ultimo Pallone d’Oro di un calcio ancora fatto di squadre. E il modo in cui lo vince è già fuori tempo massimo: la corsa in progressione palla al piede, dal centrocampo all’area, senza dribbling stretti e senza giocate da fermo.
Atene, 23 maggio 2007
Il Milan batte il Liverpool 2-1 e si prende la rivincita di Istanbul. Kaká è il centro di quella squadra: fra i gironi e la finale è il giocatore che decide più partite.
Con la palla fra i piedi mi sembrava di andare più veloce, non più lento.
Il ragazzo del San Paolo
Era arrivato dal San Paolo nel 2003 per una cifra che oggi non basterebbe per una riserva, e in Brasile in molti pensavano che in Italia si sarebbe perso. Nel campionato più tattico d’Europa, un trequartista che non dribblava nello stretto sembrava un pezzo fuori posto.
Ancelotti gli lascia la zona fra le linee e non gli chiede quasi niente in fase difensiva. È una concessione che nel calcio italiano di allora si faceva a pochissimi, e ha funzionato subito: scudetto alla prima stagione.
Il tramonto anticipato
Nel 2009 va al Real Madrid, nell’estate in cui il club compra mezza Europa, e non torna più quello di prima. Gli infortuni all’inguine, che nel 2007 erano un fastidio, diventano la sua condizione permanente.
Ha smesso a trentasei anni negli Stati Uniti, senza rumore. Il 2007, quello, non glielo toglie nessuno.
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