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Romanzo Calcistico
Adriano in campo con la maglia dell’Inter, derby col Milan del febbraio 2009

Adriano. L’Imperatore che non voleva regnare

5 min di letturaRedazione Romanzo

Ci sono giocatori che diventano grandi piano. Adriano no: Adriano è diventato il più forte del mondo in una stagione e mezzo, e ci ha messo altrettanto a smettere di esserlo.

Il Parma lo aveva preso da ragazzo e ne aveva fatto un centravanti completo. L’Inter se lo è ripreso e per due anni ha avuto in campo qualcosa che il campionato italiano non sapeva contenere: un sinistro che partiva da trenta metri e arrivava sotto l’incrocio senza mai alzarsi da terra.

Prima di Milano, Parma

All’Inter era arrivato la prima volta nel 2001, poco più che ragazzo, e non aveva trovato spazio. Un prestito a Firenze, poi Parma: è lì che diventa un centravanti vero. In Emilia impara a giocare spalle alla porta, ad aspettare la palla invece di rincorrerla, a usare quel fisico come un argomento invece che come un vantaggio.

Il tiro, quello, non gliel’ha insegnato nessuno. Adriano calciava col collo pieno tenendo il pallone basso: la palla partiva a mezzo metro da terra e ci restava fino alla rete. È una traiettoria che i portieri odiano perché non si legge, e che negli anni Duemila avevano in tre o quattro in tutta Europa.

A Parma segna con una regolarità che in Italia non ti aspetti da un ventenne arrivato dal Brasile. Non era un finalizzatore puro e non era una prima punta di manovra: era una terza cosa, difficile da marcare perché non stava mai fermo in una categoria.

In quegli anni la Serie A era ancora il campionato dove si andava a imparare a difendere, e i centravanti stranieri ci mettevano due stagioni ad ambientarsi. Lui ne ha impiegata una.

Il ritorno, e i due anni

L’Inter se lo riprende nel 2004 e gli costruisce la squadra intorno. Per due stagioni non c’è partita in cui non succeda qualcosa: gol da fuori, gol in torsione, gol nati da un contrasto vinto a metà campo e finiti sotto l’incrocio venti secondi dopo. In quel periodo, se avessi chiesto in giro chi fosse l’attaccante più forte del mondo, il nome più frequente sarebbe stato il suo.

Nel 2004 vince la Copa América da capocannoniere e miglior giocatore del torneo. Nel 2005 vince la Confederations Cup, ancora da capocannoniere. Ha ventitré anni e ha già vinto due tornei internazionali segnando più di chiunque altro.

C’è un dettaglio che spiega bene quel periodo: gli avversari avevano smesso di provare a contrastarlo. Nei filmati di quelle stagioni si vedono difensori centrali che, invece di attaccarlo, si mettono in mezzo alla linea di tiro e sperano. Non è un modo di dire — è esattamente ciò che facevano, perché il contrasto frontale non funzionava e il tiro sì.

In Brasile lo chiamavano L’Imperatore e in Italia il soprannome ha attecchito subito, senza bisogno di spiegazioni. Era una di quelle rare volte in cui un nomignolo descrive davvero come uno sta in campo.

L’agosto del 2004

Nell’agosto di quello stesso anno muore suo padre Almir. Era l’uomo che lo aveva portato al campo da bambino, a Vila Cruzeiro, e che aveva tenuto insieme una famiglia dentro una delle zone più difficili di Rio.

Adriano non torna in Brasile per il funerale nel modo in cui avrebbe voluto, e quando rientra a Milano è già un’altra persona. Comincia una discesa lenta, fatta di ritardi, di sere lunghe, di periodi in cui semplicemente sparisce. Il calcio, per lui, smette di essere il posto dove sta bene.

Non ho perso la voglia di giocare. Ho perso la voglia di essere Adriano.
— Adriano

La cosa più difficile da spiegare, a chi non c’era, è che per un paio d’anni ancora ha continuato a fare cose che nessun altro faceva. Non è stato un crollo verticale: è stata una luce che si abbassa, e che ogni tanto, senza preavviso, torna piena per novanta minuti.

All’epoca il vocabolario per raccontarlo non c’era. Si diceva che era ingrassato, che non aveva voglia, che si era montato la testa: tre modi diversi per dire è colpa sua. Nessuno ha usato la parola depressione, e quasi nessuno ha chiesto come stesse.

Vent’anni dopo, quando un calciatore si ferma per motivi che non riguardano i muscoli, se ne parla in un altro modo. È un progresso che ad Adriano è arrivato troppo tardi, e vale la pena dirlo mentre si racconta la sua storia.

Il ritorno a casa

Nel 2009 torna al Flamengo, la squadra dove era cresciuto, e vince il campionato brasiliano. È l’ultima stagione in cui il calcio e lui si trovano d’accordo: gioca vicino a casa, in uno stadio che lo aveva visto crescere, e per qualche mese sembra di nuovo semplice.

L’anno dopo va alla Roma. Arriva a stagione iniziata, gioca cinque partite, e il rapporto finisce prima di cominciare. Da lì in poi la sua carriera diventa una sequenza di annunci e di ripartenze che non ripartono: qualche mese in Brasile, un ritiro, un ritorno, un altro ritiro.

Quello che resta

Il biennio in cui era il più forte del mondo

Copa América
2004Capocannoniere e MVP
Confederations Cup
2005Capocannoniere
Scudetti con l’Inter
4
Campionato brasiliano
2009Con il Flamengo

Il calcio è pieno di carriere finite male, e quasi sempre la storia si racconta con un elenco di errori. Con Adriano non funziona, perché la parte che ci manca non è quella che ha sbagliato: è quella che non abbiamo visto.

Restano due stagioni piene, un paio di tornei vinti da protagonista assoluto e una manciata di gol che si riguardano ancora oggi senza sapere bene perché. Non è poco. Ma è meno di quello che sembrava di avere in mano nel 2005, e questa differenza è tutta la storia.

Vent’anni dopo, quando qualcuno segna una punizione forte e bassa, c’è ancora chi dice: come Adriano. Non serve spiegare altro.

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