
C’è stato un decennio in cui le maglie da calcio erano oggetti di design involontario: tagli asimmetrici, righe che non c’entravano niente, sponsor di aziende che oggi non esistono più.
- La Fiorentina viola con il giglio grande sul petto.
- Il Parma crociato, che sembrava una bandiera più che una divisa.
- Le trasferte dell’Inter di fine anni Novanta, che cambiavano ogni stagione senza una logica.
C’era anche una ragione tecnica, dietro tanta libertà: i materiali. Il poliestere pesante di allora reggeva stampe e tagli che oggi, su tessuti elastici e aderenti, si deformerebbero. Le maglie erano larghe perché non potevano essere strette, e quella larghezza è diventata uno stile senza che nessuno lo decidesse.
Poi sono arrivati i tagli slim, gli sponsor unici su fondo pulito e le linee guida globali dei fornitori tecnici. Le divise sono migliorate come prodotto e si sono somigliate tutte.
Oggi le rifanno tutte in versione retro, e si vendono più delle attuali. Ma la maglia bella non è quella col taglio giusto: è quella che hai visto addosso a qualcuno mentre faceva qualcosa che ti ricordi ancora.
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Quando il Parma faceva paura all’Europa
Una squadra di provincia che per dieci anni ha vinto in Europa e comprato campioni prima delle grandi.



